François Fejtö (1909-2008)

L’uomo che visse cinque volte, l’intellettuale ungherese François Fejtö, alla fine ha trovato un posto dove fermarsi.
Ma non è la Francia, dove è morto e verrà sepolto a conclusione di un esilio durato più di metà della sua vita; e neppure l’Ungheria, dove era nato nel 1909, in una cittadina chiamata Nagykanizsa, il luogo in cui la sua famiglia di origine ebraica lo aveva fatto battezzare. La patria ideale in cui «il Montanelli d’Ungheria» viene accolto ora con tutti gli onori non ha confini precisi, è soltanto una Stimmung, una risonanza spirituale che si prova per certi luoghi e alcune persone, una nostalgia invincibile per il tempo perduto e irrecuperabile in cui si è nati, insomma quell’entità incerta che molti chiamano ancora Mitteleuropa.
François, o Ferenc come suonava il suo nome ungherese prima che lui si decidesse a francesizzarlo, incarnava nei complessi intrecci del suo albero genealogico, prima ancora che con la sua capacità di esprimersi contemporaneamente in cinque o sei lingue, spesso balzando dall’una all’altra per spiegarsi con maggiore efficacia, la mescolanza fra le varie dimensioni nazionali e culturali del Centro Europa. Le ramificazioni dei Fejtö, come quelle dei parenti di François sul versante materno, collegavano tra loro stuoli di fratelli e sorelle, zie, nipoti, cugini, generi e nuore, amici e generici affini, sparsi in un’area compresa tra il Friuli, la Croazia, l’Ungheria, l’Austria, la Boemia e naturalmente la Francia, prescindendo allegramente dalle frontiere ufficiali degli Stati, ma sempre attente a comprendere e rispettare le specificità nazionali. La prima vita di François Fejtö è stata dunque  vissuta in Ungheria, benché già il luogo di nascita, con quel nome impronunciabile, Nagykanizsa, sembrasse annunciare con la sua vicinanza alla Croazia il destino sovrannazionale della famiglia. In una singolare mescolanza letteraria, il ragazzo Ferenc impara allora a conoscere nella biblioteca paterna I ragazzi della via Pál e Cuore, il soldato Nemecek di Molnár e il tamburino sardo di De Amicis. Più tardi, studente e poi professore all’università di Budapest,  appassionatamente antifascista e antistalinista, decide di sperimentare la sua seconda esistenza: fonda con il poeta Attila Jószef, grande maledetto dalla vita breve e intensa, una rivista destinata ad essere presto soppressa; sperimenta la prigione durante il regime parafascista di Horty; avvia una carriera di giornalista socialdemocratico che gli costa anche il carcere. Quando si presenta l’occasione, preferisce trasferirsi come corrispondente a Parigi, e qui comincia a prender corpo il terzo Fejtö, più vicino al ritratto che poi si sarebbe diffuso di lui in Occidente: infiammabile e ribelle, ammiratore del Sartre intellettuale, ma poi avversario di quello filocomunista, in fuga dalle truppe di Hitler quando esse sfondano le linee francesi avvicinandosi alla capitale. L’entrata in campo del quarto Fejtö coincide invece con il ritorno a Parigi, quando decide di scrivere in francese quella Storia delle democrazie popolari che avrebbe completato mezzo secolo più tardi, sulle ceneri del comunismo. La storia, però, negli anni immediatamente successivi, teneva in serbo altre brutte sorprese per Fejtö: la sua Ungheria comunistizzata, poi tragicamente ribelle nel ’56 (è in quei giorni terribili che si stabiliscono i primi rapporti con il grande coetaneo Montanelli, destinati a trasformarsi in amicizia e solidarietà quasi vent’anni dopo, nel ’74, quando per iniziativa di Enzo Bettiza accetta di entrare nell’ufficio parigino del nascente Giornale, diventandone immediatamente una delle bandiere). Fejtö interpreta quegli avvenimenti, come succederà più tardi per la Primavera di Praga, come l’esplosione e la distruzione di un mondo civile di fronte alla barbarie e al male impersonato diabolicamente da Stalin (giudicato il più grande criminale del Novecento, per aver portato a compimento i progetti soltanto avviati dal suo rivale Adolf Hitler). Come sarebbe stato possibile evitare una simile tragedia lo spiegherà nel ’96, con l’opera destinata a diventare probabilmente la sua più famosa: Requiem per un impero defunto. Un’alleanza o federazione che avesse recuperato l’eredità dell’Austria-Ungheria, sottraendo i Paesi mitteleuropei alla cortina di ferro—è la sua tesi—sarebbe stata possibile se le potenze vincitrici della Grande Guerra, Francia in testa, non avessero congiurato in senso contrario. E su questo punto, con alcune interpretazioni originali della tragedia del principe Rodolfo d’Asburgo e di Maria Vetsera a Mayerling, avrebbe continuato a battere ancora in anni recenti attraverso la grande stampa europea,  comprese le colonne del Corriere.
Resta da tratteggiare la quinta, ultima vita del grande vecchio, ancora caustica nei giudizi (celebre quello che bolla i seguaci dogmatici diDarwin e di Freud come nuovi integralisti, o la difesa appassionata di Silone da coloro che lo accusavano di essere stato doppiogiochista e legato al regime di Mussolini), ma anche rivolta in modo struggente, e senza più usare il velo dello storico, ai ricordi della sua infanzia e giovinezza. Le pagine riviste e pubblicate di recente, e dedicate alla madre perduta, alle filastrocche che lei gli raccontava per addormentarlo, ai ricordi di famiglia usciti da una vecchia scatola e ancora capaci di evocare un mondo scomparso, segnano come un ricongiungimento simbolico con le sue origini. Più ancora della sua gloriosa biblioteca raccolta per iniziativa della famiglia Károlyi nel castello restaurato di Fehérvárcsurgó, a ottanta chilometri da Budapest, è a quel passato che negli ultimi tempi significativamente ha voluto ritornare.
E forse in particolare a quei versi infantili in tedesco che la madre continuava a ripetergli per farlo addormentare, liberandolo dagli incubi: «Müde bin Ich/ gehe zur Ruh/ schließe meine Augen zu» («Sono stanco/ vado a riposare/ e chiudere gli occhi»).

di Dario Fertilio, “Fejtö, il Montanelli d’Ungheria” in Corriere delal sera, 3 giugno 2008. p.41

Bibliografia di François Fejtö a cura di federigo Argentieri (pdf)

Articolo su François Fejtö:

Maurizio serra: Il profeta del 900 esiliato dalla gauche (pdf)

Federigo Argentieri: La grande vita dello storico che ha cambiato il Novecento (pdf)

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