IL LUNGO 68 IN ITALIA E NEL MONDO

In occasione della pubblicazione de “Il lungo ’68 in Italia e nel mondo” (La Scuola, 2018) di Marco Boato, la

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Biblioteca Archivio del CSSEO in collaborazione con la Biblioteca comunale e La piccola libreria di Levico Terme, organizza a Levico Terme, mercoledì 18 luglio 2018, alle ore 21, al Grand Hotel Imperial di Levico Terme (Via Silva Domini, 1) l’incontro-dibattito “Il lungo ’68 in Italia e nel mondo”. Intervengono Marco Boato e Giuseppe Colangelo. Introduce Fernando Orlandi.

 

Di seguito, sul libro di Marco Boato, un articolo di Paolo Morando, pubblicato dal “Trentino”.

Si deve partire dal sottotitolo per dare conto del libro di Marco Boato “Il lungo ’68 in Italia e nel mondo” (Editrice La Scuola di Brescia, 352 pagine, 21 euro), oggi in uscita. “Cosa è stato, cosa resta”, recita: questione enorme, su cui da sempre si dibatte. Ma la risposta, sublime nella sua sintesi, sta già nelle due righe dell’esergo: «C’è solo una cosa peggiore delle celebrazioni del Sessantotto, che detesto da tempo, ed è la denigrazione di quel periodo». Punto. Parola di Adriano Sofri. E c’è davvero tutto: l’eterna ritualità (oggi per il 50°), la malattia nazionale del “reducismo”, soprattutto una vulgata che vede da qualche tempo il ’68 causa di tutti i mali italiani.

Boato la pensa come Sofri, spiegando subito che il suo lavoro vuole essere «una analisi critica, senza mitologie e senza “demonizzazioni postume”, che si rivolge sia alle generazioni adulte o più “anziane”, sia alle nuove generazioni». Precisazione opportuna, se si pensa che i protagonisti di allora sono oggi sulla settantina (e quanti ne sono scomparsi), mentre oggi per i giovani il ’68 è preistoria. Che per essere spiegata davvero necessita di pagine fitte di date, eventi, ragionamenti. Come quelle di Boato, che di quell’anno è stato protagonista d’eccezione a Trento, a Sociologia. Basta andare in coda al volume e scorrere l’indice dei nomi, che ne contiene la bellezza di 930. Ma non aspettatevi un “mattone”. Il libro è diviso in tre parti ben distinte, unite però da un filo rosso: la volontà di fornire strumenti di comprensione.

I fatti. Sono i protagonisti della prima sezione. Ma il ’68 italiano è lungo,  lunghissimo: finisce addirittura nel ’77, e si dirà perché.

E per approssimarcisi Boato parte giustamente dal governo Tambroni del ’60 e dagli incidenti di Genova, passa per quelli di piazza Statuto a Torino di due anni più tardi, dà conto del primo accorgersi da parte del segretario del Pci Togliatti, contestato proprio da Sofri a Pisa nel ’63, che «qui sta succedendo qualcosa e noi non abbiamo capito niente» (e si tratta ovviamente delle avvisaglie della protesta giovanile).

Poi gli scontri all’Università di Roma in cui nel ’66 muore lo studente Paolo Rossi, ucciso dai fascisti. Ancora: il processo agli studenti milanesi del Parini per l’inchiesta sulla posizione della donna nella società italiana pubblicato dal giornalino del liceo “La zanzara”. E il caso Braibanti, prima e unica condanna per plagio nella storia repubblicana, gli “angeli del fango” dell’alluvione di Firenze, la drammatica escalation degli scontri di piazza che da Avola (dicembre ’68) portano a Battipaglia (aprile ’69), con i primi morti per mano della polizia con un governo di centro-sinistra. Ma tra i fatti Boato elenca anche i frutti positivi del ’68, le tante conquiste civili degli anni ’70: e anche questo serve ad articolare l’astio di Sofri per la denigrazione.

Le analisi. Cronaca, commenti, reazioni: Boato non dimentica gli anni da giornalista a Lotta continua. Ma non rinuncia a documentare passaggi più complessi che, letti oggi, risultano davvero distanti anni luce: come la crisi delle rappresentanze studentesche pre ’68, o l’elenco delle riviste che animavano allora il dibattito culturale e politico, paginate densissime a cadenza se andava bene settimanale, ma che per mesi alimentavano pensieri e confronti. Davvero altri tempi, se confrontati con lo sgrammaticato balbettio twittarolo dei nostri giorni. E poi il dettaglio (molto critico) delle analisi sociologiche sul ’68 italiano. E non solo: perché nel libro si dà appunto conto del ’68 nel mondo, dunque prima di tutto il Maggio francese, Berkeley, Berlino, piazza delle Tre Culture a Città del Messico, ma anche le proteste studentesche – molto meno note – in Gran Bretagna, Brasile, Giappone, nelle dittature di Grecia, Turchia e Spagna. E ovviamente

in Europa orientale, con il mea culpa di Rudi Dutschke, leader del ’68 tedesco: «In retrospettiva l’evento davvero importante del 1968 non è stato Parigi, ma Praga. Ma all’epoca non siamo stati capaci di vederlo». Su tutto, però, la “Lettera a una professoressa” di don Milani: per Boato testo determinante del ’68 italiano, molto più de “L’uomo a una dimensione” di Marcuse. Ed è la chiave di lettura dell’intero libro.

Trento e Sociologia. La vicenda occupa ovviamente molte pagine, e non poteva essere altrimenti. Soprattutto nella seconda parte, in un’ampia sezione costruita con domande e risposte generali sul ’68 e il suo significato, di allora e attuale (cosa è stato e cosa resta, appunto). È qui che l’epopea di Sociologia e il suo rilievo si stagliano imponenti: prima facoltà occupata già nel ’66, l’occupazione più lunga del ’68 (ben 67 giorni), l’esperimento dell’Università critica. E d’altra parte, tornando all’indice dei nomi, tolto l’allora presidente del Consiglio Aldo Moro (terzo con 21 citazioni), dei primi cinque ben quattro sono legati a Trento: Mauro Rostagno, rimpiantissimo (25 volte), lo stesso Boato (22), Bruno Kessler (17) e Francesco Alberoni (13). E su Boato, va detta una cosa: in quei mesi ovunque qualcosa si muova lui c’è, non solo a Trento. E bastano i suoi incontri con Marcuse o il cubano Franqui a testimoniarlo.

Dal ’68 al ’77. La terza parte del libro, “Materiali”, propone articoli, interventi e saggi dello stesso Boato, non solo relativi al ’68. Ed ecco appunto il lungo ’68 che si chiude nel ’77, “annus horribilis” la cui drammatica temperie è perfettamente documentata da una lunghissima intervista dell’Alto Adige all’autore, all’indomani

del controverso convegno sulla repressione a Bologna in cui proprio Boato, in un palasport gremito di autonomi, subì una contestazione che per poco non finì in linciaggio. Racconta anche del corteo tesissimo del giorno successivo, di un’altra aggressione mancata. E di come anni dopo, durante una visita in carcere da deputato radicale, un detenuto di Prima Linea gli disse: sai che quel giorno a Bologna c’era un piano per ucciderti?

Author: Max

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