LA GUERRA IN CASA. LA VITA SOCIALE NELL’ALPENVORLAND

La Biblioteca Archivio del CSSEO, in collaborazione con la Fondazione Museo Storico del Trentino, organizza a Trento, mercoledì 13 febbraio 2019, alle ore 17,30, nella “Sala degli Affreschi” della Biblioteca comunale (Via Roma 55), l’incontro-dibattito “La guerra in casa. La vita sociale nell’Alpenvorland”.
Interviene Giuseppe Ferrandi. Introduce Fernando Orlandi.

Incontro del ciclo “L’ultimo fronte. Il Trentino nella Seconda guerra mondiale”.

Ingresso consentito fino all’esaurimento dei posti a sedere.

L’Operationszone Alpenvorland, ovvero la Zona d’operazioni delle Prealpi (OZAV) fu una suddivisione territoriale in cui vennero accorpate le province di Bolzano, Trento e Belluno, sottoposta alla diretta amministrazione militare tedesca e di fatto sottratta al controllo della Repubblica Sociale Italiana, alla quale ufficialmente apparteneva. Infatti, nel settembre 1943 Adolf Hitler aveva ordinato l’occupazione delle tre province da parte del Terzo Reich. Il comando dell’Alpenvorland venne affidato a Franz Hofer in qualità di Gauleiter (Commissario supremo) del Tirolo. Hofer, che rispondeva direttamente a Hitler, aveva pieni poteri, compreso quello di vita e di morte. Era insediato a Innsbruck dall’Anschluss del 1938, e così le tre province divennero in pratica un’espansione dell’ambito territoriale di sua competenza, il Reichsgau Tirol-Vorarlberg.
Contemporaneamente venne costituita anche la Zona d’operazioni Litorale adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland, OZAK), che comprendeva le province italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana.
Anche l’OZAK fu sottoposta alla diretta amministrazione militare tedesca e quindi sottratta al controllo della Repubblica Sociale Italiana.
Si trattava, di fatto, dell’annessione alla Germania delle province italiane. Per quanto mai formalizzata ufficialmente, risultava da alcuni elementi inequivocabili: l’amministrazione civile passava alle dirette dipendenze del governo nazista; venivano riformate le circoscrizioni comunali e quelle delle preture e dei tribunali; la Corte d’Appello di Trento era staccata da Venezia e a Bolzano veniva istituito un Tribunale speciale che applicava le norme del diritto germanico e che, potendo avocare a sé ogni procedimento penale e civile, diventava supremo organo di giurisdizione; le forze militari della Repubblica Sociale Italiana erano escluse dall’Alpenvorland nel quale risultava vietata la ricostituzione del partito fascista e dove era permesso entrare solo se forniti di uno speciale permesso.
Insomma, le zone di operazioni dell’Alpenvorland e dell’ Adriatisches Küstenland di fatto venivano erette a province del Reich.
Nella provincia di Bolzano la costituzione dell’Alpenvorland poteva raccogliere consensi in quanto reintegrava i germanofoni dei diritti negati nell’età fascista. Nel Trentino poteva essere gradita la separazione dalla Repubblica Sociale Italiana, ma non l’occupazione nazista che, oltretutto, mal si conciliava con l’italianità.
Le popolazioni, disorientate dall’accaduto e nelle condizioni di non potersi opporre, scelsero un atteggiamento di chiusura. Il Gauleiter Franz Hofer, consapevole di questa situazione, cercò di guadagnare il consenso trentino offrendo un simulacro d’autonomia: chiamò a raccolta gli uomini più rappresentativi della provincia, compresi gli antifascisti, affidando ad essi il compito di nominare un commissario-prefetto. La scelta unanime cadde sull’avvocato Adolfo de Bertolini, apprezzato da tutti per le sue qualità morali e la serietà professionale, coerente antifascista, e aderente alle istanze autonomistiche. Al suo fianco venne però posto d’autorità il consigliere Kurt Heinricher con l’incarico di controllare e comprimere in forme coattive lo spazio decisionale del commissario-prefetto.
De Bertolini accettò la nomina solo per tutelare la popolazione dai disastri della guerra e dalle rappresaglie dei tedeschi, sopportando disagi e rischi personali legati a scelte mai accompagnate da certezze. Chiese e ottenne di mantenere in vita il corpo dei carabinieri – quasi un cuscinetto difensivo posto fra gli occupati e gli occupanti – instaurando una fattiva collaborazione con il comandante colonnello Michele de Finis. Entrambi furono consapevoli della difficoltà del loro compito, destinato ad incontrare comunque, accanto ai consensi, critiche per i bei gesti mancati sostituiti dal grigio lavoro di mediazione, privo della luce dell’eroismo, ma altrettanto faticoso, sofferto e necessario.
Il servizio militare obbligatorio, una volta scoraggiato quello nei reparti della Repubblica Sociale Italiana che era teoricamente ammesso, andava effettuato o nell’esercito regolare tedesco o nel Corpo di sicurezza trentino. Tale Corpo avrebbe dovuto essere impiegato solo in loco per la tutela dell’ordine pubblico ma, contrariamente alle assicurazioni date, venne adibito anche a operazioni militari nella lotta antipartigiana. Il deterrente della pena di morte e dell’arresto dei congiunti, in base al diritto penale germanico, contenne le defezioni e convinse molti giovani, compresi gli imboscati dopo il disfacimento dell’esercito italiano, ad arruolarsi nel Corpo di sicurezza trentino, considerato il male minore.

La vicenda dell’Alpenvorland viene discussa a Trento mercoledì 13 febbraio 2019, alle ore 17,30 (“Sala degli Affreschi” della Biblioteca comunale, via Roma 55), da Giuseppe Ferrandi. L’incontro-dibattito è organizzato dalla Biblioteca Archivio del CSSEO in collaborazione con la Fondazione Museo Storico del Trentino.

Giuseppe Ferrandi è il direttore della Fondazione Museo Storico del Trentino.

Author: Max

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