Mauro Martini (1956-2005)

Cesare G. De Michelis, “La scomparsa di Martini”, La Repubblica, mercoledì 10 agosto 2005, p. 37

La generazione della slavistica italiana alla quale apparteneva Mauro Martini, scomparso non ancora cinquantenne l’altro giorno a Firenze (ha chiesto di essere seppellito a Venezia, vicino a Josif Brodskij ndr), si è fatta valere da una decina d’anni a questa parte, ed è chiamata a sostituire quella cui appartiene chi scrive queste righe. Martini, che non potrà dunque portare a compimento il suo mandato culturale, occupava in essa una posizione molto particolare.
Formatosi alla scuola fiorentina da cui si era distaccato molto presto, si è fatto conoscere come brillante e colto giornalista impegnato a documentare e interpretare la crisi che ha investito l’Unione Sovietica e i Paesi dell’Est europeo negli anni in cui aveva appena raggiunto la maturità: Martini ha concentrato la sua passione di studioso sul nodo politico-culturale che la frattura epocale di cui era testimone gli poneva di fronte.
Pur essendosi formato come polonista, e pur avendo offerto pregevoli contributi in ambito russo-ottocentesco, ha dato il meglio di sé in tre volumi, apparsi nel corso dell’ultimo decennio, incentrati sul declino della cultura russo-sovietica e la difficile ma impetuosa formazione d’una cultura e d’una letteratura russa post-sovietica. E come la frattura degli anni 1989-1991 è stata non meno profonda di quella degli anni 1917-1921, così gli statuti stessi dell’operare intellettuale e letterario, secondo Martini, si stavano radicalmente rifondando.
Mi è capitato di aver fatto parte della Commissione che fece del brillante giornalista il “Professor Martini”, docente di Letteratura russa all’Università di Trento; so bene che una delle sue ultime fatiche, l’antologia della nuovissima poesia russa, non è andata esente da critiche: ma rimango convinto dell’importanza che riveste il contributo che ha dato alla slavistica italiana degli ultimi anni.

Francesco M. Cataluccio, “Viaggiatore nel cuore della Russia”, il manifesto, Martedì 9 agosto 2005, p. 13

È morto ieri mattina a Firenze, dopo una breve e aggressiva malattia, Mauro Martini, il più originale e profondo conoscitore della letteratura, della politica e della società russa che avevamo in Italia. Aveva quarantanove anni e insegnava Letteratura russa all’Università di Trento, scriveva regolarmente per Alias e il manifesto, oltre che per altre testate (come “il foglio” e “l’Espresso”). Era un veneziano dolce e triste, un uomo di grande cultura e interessi (conosceva tra l’altro, cosa rara in uno slavista, perfettamente, il polacco e il ceco e la letteratura di quei paesi). Uno spirito libero da ogni forma d’ideologia (era stato iscritto al Pci in gioventù) e disciplina accademica e culturale. Insegnava all’università senza essersi mai laureato (raro caso, diceva scherzando, come Furio Jesi, al quale si ispirava nel metodo di studio e di ricerca). Studente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, si era occupato dei drammatici rapporti tra il partito comunista polacco e quello sovietico negli anni Trenta. Consegnata la tesi, frutto d’anni di ricerche negli archivi polacchi, non si presentò mai alla discussione (“la laurea non ha senso”, spiegò ai professori e agli amici esterrefatti).
In Polonia (poiché in Unione Sovietica sarebbe stato impensabile fare questo tipo di ricerche) era entrato in contatto con gli ambienti dell’opposizione che avrebbe dato vita, di lì a pochi anni, a Solidarnosc. Coraggiosamente si offrì di portare da Berlino ovest a Varsavia, dentro capienti borsoni da ginnastica neri, ciclostili smontati per aiutare la stampa clandestina di libri e giornali. Quando si parlava con Adam Michnik o Jacek Kuron della situazione italiana, ci si sentiva sempre chiedere: “Cosa ne pensa Mauro Martini?”. Ebbe molta influenza su di loro: ci passava le serate a bere vodka e discutere di Nicola Chiaromonte, del Partito d’azione, dell’eurocomunismo.
Ma la sua passione era la Russia. Aveva un’affinità particolare con quel mondo. Niente a che fare col mito della patria del socialismo realizzato, né tantomeno col solito dostoevskjanesimo d’accatto, tipo “tormentata anima russa” e icone luccicanti. Martini era affascinato dal senso tragico di un problema tutt’oggi poco compreso e studiato: la Russia come problema per l’Occidente, e l’Occidente come problema per la Russia. Suoi punti di riferimento erano gli scritti di Dieter Groh (La Russia e l’autocoscienza d’Europa, Einaudi), del suo maestro Vittorio Strada, ma soprattutto le riflessioni degli intellettuali polacchi come lo scrittore Gustaw Herling, Andrzej Walicki (autore di Slavofilismo. Un’utopia conservatrice), Ryszard Prszybilski e Wiktor Woroszylski.
Per questo, all’interno del dissenso russo, preferiva le posizioni di un Sinjavskij a quelle di Solzenicyn. C’è una bella e significativa fotografia che lo ritrae, col mezzo toscano in bocca, durante uno dei dibattiti alla Biennale del dissenso (Venezia, 1977), accanto proprio a Sinjavskij e Herling.
Martini, non possedendo appoggi accademici o ufficiali e non potendo fare altrimenti, viaggiava in lungo e in largo l’Unione sovietica facendo l’accompagnatore turistico per l’Italtour. Trovava sempre il tempo per fare un salto nelle librerie e le biblioteche o incontrare di nascosto qualche dissidente. Finì col passare spesso da Samarcanda, mostruosa ricostruzione di un passato crollato per i terremoti e le guerre: simbolo, per lui, del futuro di una nazione destinata a esplodere come una galassia impazzita, tra violenze e mafie, ma anche libertà e nuove, inedite, possibilità.
Agli inizi degli anni ottanta fu tra i fondatori e i principali animatori del trimestrale sul dissenso in Urss e nel centro Europa “l’ottavo giorno”; contribuì all’esperienza del supplemento di “Reporter”, “Fine secolo”, diretto da Sofri; diresse il mensile fondato da Silone e Chiaromonte “Tempo presente”, trasformando uno stanco organo del Psdi nella vivace e interessante rivista delle origini, aperta alle questioni e culturali dell’Est, così come fece successivamente con il mensile “Mondo operaio”. I suoi scritti di quegli anni, anche per altre riviste e giornali, rielaborati e ripensati in un disegno unitario, furono pubblicati col titolo Le mura del Cremlino (Reverdito, 1987).
Dopo il 1989, Martini si dedicò alle traduzioni (tra le quali, vanno ricordati i racconti di Gustaw Herling, Gli spiriti della rivoluzione russa di Nikolaj Berdjaev e la recentissima antologia einaudiani: La nuovissima poesia russa), alla consulenza editoriale (per Einaudi) e continuò a focalizzare i suoi interessi sulla letteratura, come principale fonte di interpretazione della società, come dimostrato ne saggio sul Dottor Zivago (Metauro 2003). Questi studi hanno prodotto due libri che rimangono come come un testamento culturale imprescindibile per coloro che vogliono capire la Russia: Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l’Urss (Bruno Mondatori, 2002) e L’utopia spodestata. Le trasformazioni culturali della Russia dopo il crollo dell’Urss (Einaudi, 2005).
Uno dei libri che amava di più era Moska-Petuski di venedikt Erofeev (conosciuto anche come Mosca sulla Vodka, nell’edizione feltrinelliana): il capolavoro della letteratura del samizdat che fece conoscere al mondo un’altra Russia, amara e ironica, senza illusioni né orgoglio, che si consolava con le donne e l’alcol. Nell’ultimo anno, Martini, progettava, oltre a una nuova traduzione di una scelta delle poesie di Vladimir Majakovskij (che dimostrasse finalmente che era un “grande poeta d’amore”), uno studio su Isaak Babel’, l’autore dell’Armata a cavallo, a suo dire, “il più grande scrittore russo del Novecento, il precursore di Erofeev e di tutti coloro che, in quella bellissima lingua, vorranno e sapranno continuare a raccontare la tragicomica vicenda umana”.

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