The Making of Modern Lithuania

Recensione del libro The Making of Modern Lithuania di Tomas Balkelis,  London-New York, Routledge 2009,a cura di Andrea Griffante

Oltre a riempire un vuoto della storiografia in lingua inglese sulla formazione del movimento nazionale lituano (tautinis judėjimas), la monografia di Tomas Balkelis rappresenta un inedito studio sulla nascita dell’intellighenzia lituana tra la seconda metà del XIX secolo e la Prima guerra mondiale.
Allontanandosi dalle tendenze dominanti nella storiografia in lingua lituana e sposando apertamente un approccio costruzionistico, Balkelis affronta la nascita della moderna nazione lituana se non proponendo una vera e propria nuova categoria interpretativa, di certo apportando delle sensibili modifiche ai modelli storiografici in uso. Evitando di accentuare tanto il richiamo all’eredità della Repubblica delle due Nazioni, quanto il perennalismo sotteso a certe letture del “movimento nazionale” come di un tutto etnicamente e socialmente omogeneo, Balkelis descrive l’emergenza della moderna nazione lituana identificandola con un processo segnato da due distinti fattori. In primo luogo, la nascita di un’intellighenzia di origine contadina e di lingua lituana non solo viene considerata come il risultato della rottura della società tradizionale di metà ‘800, ma viene ugualmente addotta a fattore di stratificazione sociale interna alla comunità lituanofona. In secondo luogo, alla formazione di un ceto intellettuale lituanofono corrisponde, secondo l’A., l’acquisizione tra fine ‘800 e inizio ‘900 di una mentalità e di una ritualità borghesi che di fatto differenziano sempre più la classe intellettuale dalle masse contadine.
Balkelis argomenta la formazione della moderna nazione etnica lituana legandola al processo di stratificazione sociale, sviluppando un modello a tre livelli e individuando nell’esperienza del displacement il punto di svolta tanto per la formazione dell’intellighenzia, quanto per il consolidamento della coscienza nazionale. Riprendendo elementi già noti alla storiografia lituana precedente, l’A. sottolinea l’importanza dei “soggiorni” presso le maggiori università dell’impero per la nascita di un’élite intellettuale lituana. Tali soggiorni divengono non solo il momento della formazione accademica, ma rappresentano anche il primo contatto con le ideologie che a fine ‘800 inizieranno ad attecchire nel territorio etnico lituano. L’autorappresentazione quale classe media avente precisi interessi economici, un preciso profilo culturale e interessata alla ‘conquista’ dello spazio urbano rappresenta, secondo l’A., la successiva fase dello sviluppo dell’intellighenzia presente nel territorio della “Lituania etnografica” a inizio ‘900. Il superamento del sostanziale isolamento del ceto intellettuale dalla base contadina avviene, secondo Balkelis, solo con l’esperienza di displacement di buona parte della popolazione lituana nel cuore della Russia durante il Primo conflitto mondiale. Lontano dalle terre d’origine, attraverso un’attività varia ma pur sempre legata alle associazioni per il sostegno dei profughi, l’intellighenzia riesce a “nazionalizzare” strati di popolazione sempre maggiori, “formando” la base etnografica del futuro Stato nazionale.
Lo studio di Balkelis ha, in primo luogo, il merito di rompere l’immagine stereotipata di un “movimento nazionale” lituano quale espressione della base contadina che ne legittima l’esistenza introducendo l’idea di una stratificazione sociale che rende difficile il connubio degli interessi della nazione stessa. In secondo luogo, diversamente dalle posizioni inveterate nella storiografia lituana che, in comunione con il modello elaborato da M. Hroch, colloca la trasformazione del nazionalismo lituano in un movimento di massa già negli anni precedenti lo scoppio del Primo conflitto mondiale, Balkelis ne pospone la formazione al periodo bellico e finanche al Primo dopoguerra. Ciò, di fatto, può aiutare a comprendere alcune scelte politiche effettuate, ad esempio, in campo educativo nel corso degli anni ’20 e ’30 e miranti al consolidamento di una nazione ancora “poco cosciente”. Alcuni elementi risultano tuttavia essere stati decisamente trascurati. L’attenzione prestata alla formazione della classe intellettuale si limita a considerare solamente l’élite laica, mentre il clero, che per tutto l’Ottocento costituirono la spina dorsale del “movimento nazionale”, non trova nello studio di Balkelis alcuno spazio. La stessa centralità dell’esperienza del displacement, quindi, andrebbe riconsiderata come la via per la formazione solamente di una parte dell’intellighenzia lituana di fine ‘800 e inizio ‘900. Sebbene il displacement sia effettivamente da considerarsi uno dei fattori che realmente condizionarono la “nazionalizzazione delle masse” durante la Prima guerra mondiale, riesce tuttavia difficile immaginare che esso possa essere sufficiente a spiegarne esaurientemente le dinamiche. Una maggiore attenzione al ruolo dell’intellighenzia lituana tra le comunità lituane sfollate nel cuore della Russia andrebbe coadiuvata da un approfondito studio dell’impatto della Guerra sulle popolazioni rimaste sulla linea del fronte e sulla loro immaginazione. La “nazionalizzazione delle masse” sarebbe probabilmente stata impensabile senza la “modernizzazione” dell’immaginario contadino ovvero senza quel “displacement immaginario” che il Conflitto causò in tutta la popolazione.

Andrea Griffante

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