Tutto bene, grazie.

Recensione del libro Ivan Medek, Tutto bene, grazie. Dalla Cecoslovacchia di Masaryk alla “Rivoluzione di velluto” e la nuova Repubblica Ceca. Postfazione di Václav Havel. Edizioni Medusa, Milano 2010.

A cura di Alessandro Vitale, Dipartimento di Studi Internazionali, Università degli Studi di Milano

È difficile trovare un libro più denso, più leggibile e più utile di quello di Ivan Medek, Tutto bene, grazie (sottotitolo: dalla Cecoslovacchia di Masaryk alla “Rivoluzione di velluto” e la nuova Repubblica Ceca) per comprendere la storia dell’Europa Centrale in generale, dei regimi dittatoriali che l’hanno dominata per quasi cinquant’anni e della Repubblica Ceca in particolare. Da questo libro di rievocazione storica attraverso la propria vicenda, ma non “di memorie” (come sottolinea l’Autore), risultato di una lunga intervista radiofonica a uno dei più importanti intellettuali cechi del Novecento, emerge, infatti, quasi un secolo (dalla fine dell’Impero Asburgico, alla Seconda guerra mondiale, al crollo del regime socialista nel 1989) di una terra da sempre al cuore d’Europa. Il libro, come nella visione da un finestrino di un treno in corsa attraverso la storia, percorre al contempo l’infanzia e l’adolescenza di Medek a Praga e la guerra, l’insurrezione del maggio 1945, l’incontro con la Dissidenza, la Primavera del 1968, le persecuzioni del regime dopo la firma apposta dall’Autore a Charta 77 e l’esilio a Vienna, dove si occuperà di giornalismo per le radio Voice of America e Radio Free Europe e di aiuto ai profughi e ai dissidenti fuggiti. Le ultime pagine descrivono il ritorno in patria nel 1989 e l’esperienza di lavoro al Castello di Praga come braccio destro del Presidente Havel. La vicenda di Medek (1925-2010) è straordinaria e si inserisce pienamente nella storia ceca del secolo scorso. Cresciuto nell’ambiente intellettuale più cosciente e libero del Paese (il padre, Rudolf Medek, era un generale legionario, poeta e scrittore e il fratello, Mikuláš, uno dei più importanti pittori cechi del ‘900), egli frequenta fin da bambino personalità di grande peso storico, da Tomáš G. Masaryk, Presidente della Repubblica, il figlio del quale aveva sposato la nonna materna di Medek, a Antonín Slavícek, primo marito della nonna stessa e maggior esponente, dal tragico destino, dell’impressionismo ceco, a Jaroslav Seifert e molti altri. Avviato agli studi musicali, in seguito al colpo di Stato filosovietico del 1948 è costretto a interrompere gli studi. Durante i decenni del regime collabora all’attività della Filarmonica ceca e poi con una casa discografica. Come altri dissidenti, tuttavia e per il suo rifiuto di fare compromessi e di sottomettersi alle pretese del regime, subisce continui licenziamenti ed è costretto a svolgere lavori umili, compreso il lavapiatti. Senza più alcuna prospettiva, dopo aver rinunciato per le sue idee a una carriera promettente e aver perso tutto, picchiato in un bosco dalla polizia segreta, Medek si ricostruisce una vita in esilio, cercando per quindici anni di aiutare il suo Paese trasmettendo notizie non falsate dal regime, ripetendo che “il re è nudo” e trasformandosi in quegli anni, in un simbolo vivente di libertà per un’intera generazione che ne ascoltava la voce come da un altro pianeta. L’esperienza dell’Autore è il filo conduttore del racconto. Tuttavia sono la storia e la politica del Novecento, con le loro bassezze e violenze, con i loro inauditi soprusi, le protagoniste del volume, che traspaiono dallo sguardo dell’Autore, la cui figura spicca su quello sfondo per la forza morale, la sconfinata dignità, il coraggio e l’amore incondizionato per la libertà, condiviso con gli altri protagonisti della Dissidenza e in tutto simile a quelli di un Herling o di uno Shalamov. Le riflessioni contenute nel volume sono acute e di straordinario peso storico e culturale. Con un racconto affascinante, Medek dipana la matassa del passato giungendo a osservazioni sorprendenti, senza pregiudizi (anche in netto contrasto con la storiografia ufficiale) sugli eventi e le personalità storiche della sua epoca. Colpiscono i suoi giudizi pacati ed equilibrati su quelli che egli avrebbe potuto considerare ‘nemici’ personali e politici. C’è comprensione persino per i collaborazionisti, per i voltagabbana, per gli arrivisti e per le spie, per gli ex comunisti che aderirono a Charta 77. Dalle pagine affiora la malinconia storica di fronte alla tracotanza del regime, ai tradimenti storici dell’Occidente, al destino di chi non si sottomette, come quei sacerdoti inermi che, dopo anni di incarcerazione e di torture, riescono a conservare una radiosa libertà interiore, ormai chiusa nel silenzio di chi non riesce a raccontare. Il messaggio che il libro di Medek trasmette è universale, pur essendo legato alla storia ceca. È quello di un uomo che ha saputo resistere alle lusinghe del potere e a un sistema totalitario, nonostante tutti i pericoli che questo comportava, investendo della resistenza il suo modo di pensare, tutta la sua esistenza e il proprio lavoro. Le ondate travolgenti della storia della quale Medek è stato testimone sono magistralmente descritte nella bella introduzione della Curatrice, Tiziana Menotti, che con l’accurata traduzione (l’unica in lingue occidentali), corredata di precise e ricchissime note, ha consentito la pubblicazione in Italia di un libro di grande rilevanza, sulla vita di un uomo e sulla storia di un Paese fotografato nel periodo più drammatico della sua vicenda: un’epoca oggi dimenticata e persino inimmaginabile per i giovani, sulla quale Medek getta un fascio di luce, consentendo di comprendere perché senza le dolorose riforme post ’89 la Repubblica Ceca non sarebbe diventata quella che è oggi, pur se ancora a lungo destinata a portare i segni di un’immane devastazione, che proprio le parole di Medek ci fanno comprendere. Nella sua Postfazione Václav Havel spiega come il suo Paese possa fare tesoro dell’esempio di uomini come Medek per fare i conti con quella storia e con i dilemmi della politica.
Ivan Medek è morto a Praga nel gennaio 2010 senza poter vedere la traduzione italiana. Fino all’ultimo ha conservato la sobrietà tipica della più elevata cultura ceca, un fermo amore per la verità e l’ironia, anche di fronte alla serietà della storia, della politica, della vita e della morte. Costretto a letto dalla malattia, sulla sua fine ironizzava spesso: «Voglio una bara molto semplice e un pigiama caldo, perché là sotto fa freddo. Il pigiama l’ho già preparato».

Ivan Medek, Tutto bene grazie. Dalla Cecoslovacchia di Masaryk alla Rivoluzione di velluto e la nuova Repubblica Ceca. Recensione di A. Vitale

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